
Riesci a mangiare cibo vietnamita? Anche il Mắm tôm??
I volti si fanno curiosi ogni volta che mi siedo al tavolo di un ristorante con i miei amici del posto. Sembrano tutti convinti che ci sia sempre un piatto tradizionale che uno straniero non mangerebbe mai.
Ricordo che non ero abbastanza coraggioso. O forse semplicemente non ero disposto ad andare oltre quello che già conoscevo per provare cibi che non mi erano familiari.
Quando ho iniziato a viaggiare, finivo sempre per ordinare un semplice piatto di riso con pollo, una ciotola di noodles con maiale, o qualsiasi cosa avesse un aspetto familiare, evitando tutto ciò che sembrava troppo piccante perché semplicemente non lo reggevo. I colori e gli odori che arrivavano dagli altri tavoli mi affascinavano, ma la mia curiosità era attratta più dai templi, dalle architetture e dalle luci al neon che dallo scoprire il vero sapore di quei piatti.
Piano piano, man mano che facevo amicizie locali e questi ultimi cominciavano a farmi conoscere i piatti che amavano di più, ho iniziato a capire che il cibo è una porta spalancata sulla cultura di un paese.

Non è successo dall’oggi al domani. Ripensandoci, credo che la Malesia e la Thailandia abbiano avuto un ruolo importante. I loro sapori decisi e irresistibili mi hanno attirato sempre più a fondo. Ma probabilmente è stata la Cina il luogo che ha cambiato di più, e per sempre, il mio modo di vedere le cose.
Ero a un pranzo di famiglia nella campagna di Hangzhou. Il piatto girevole continuava a ruotare, portandomi davanti un piatto dopo l’altro.
Poi una ciotola ha attirato la mia attenzione. Non so perché, ma avevo la sensazione che non fosse qualcosa che molti avrebbero mangiato volentieri, il che, naturalmente, mi ha fatto venire ancora più voglia di assaggiarla.
Il mio amico mi ha subito fermato. “No, no… non serve che tu lo faccia.”
Gli ho chiesto cosa fosse.
“Cane.”
Per un attimo mi sono sentito a un bivio. Potevo rifiutare facilmente, per via della cultura in cui sono cresciuto, oppure potevo fare quello che tutti gli altri al tavolo stavano facendo.
Così ne misi un pezzo nel mio piatto.
Se loro possono mangiarlo, perché non io?
Quel boccone ha cambiato il mio modo di guardare al cibo. Da quel momento sono diventato affascinato non solo da quello che mangiano i locali, ma ancora di più da quello che scelgono di condividere con me.
Da un’alimentazione fatta poco più che di bistecche, pasta e pizza, ho iniziato piano piano a esplorare le parti meno familiari dell’animale: organi, intestini, pelle, zampe, persino il sangue.

Il cambiamento più grande, però, non è stata la carne. È stato imparare ad apprezzare le salse, i brodi, i condimenti e le erbe che davano loro carattere. Pasta di gamberetti fermentata, paste di peperoncino, condimenti pungenti, tofu fermentato, salsa di pesce, semi di soia fermentati… a poco a poco, il mio palato è cambiato. Quelle piccole ciotole di fuoco e di sentori forti, poste accanto a ogni pasto, sono diventate parte dell’esperienza.
Avevo già provato il málà del Sichuan in Cina (ricordo ancora quando dicevo “bú yào là”, cioè “non piccante per favore”, finché alla fine non mi sono arreso), oltre al sambal belacan malese, ai curry dello Sri Lanka e ai piatti infuocati della regione thailandese dell’Isan. Ma è probabilmente in Corea che ho davvero imparato ad apprezzare il piccante. Il gochugaru e il gochujang danno così tanto carattere alla cucina coreana che ho semplicemente dovuto adattarmi, perché non volevo perdermi quei sapori. I primi pasti mi hanno lasciato con le lacrime agli occhi e a tossire dopo ogni boccone, ma dopo un po’, quel bruciore ha iniziato a sembrarmi giusto, quasi naturale.
Sempre in Corea, c’è un piatto che continua a battermi: lo hongeo. Ogni boccone mi riempie il naso con quell’odore pungente di ammoniaca che ancora fatico ad apprezzare. Ma i miei amici locali continuano a ripetermi sempre la stessa cosa: “Ti piacerà dal terzo tentativo in poi.” Quindi… vediamo cosa succede la prossima volta.

I cuochi e i locali sono spesso scettici su cosa io sia in grado di mangiare, ma appena mi vedono gustare i loro piatti nazionali, sul loro volto compare un sorriso soddisfatto.
Ed è proprio in quel momento che tirano fuori il prossimo piatto insolito del menù.
“Vediamo se riesci a mangiare anche questo.”
