Accanto al posto dove soggiorno di solito ad Hanoi c’è una piccola bottega che vende riso fritto.

La donna dietro al wok fa tutto da sola. Mescola una pentola, frigge il pollo, condisce il riso con la sicurezza di chi lo fa ogni giorno, sperimenta nuove salse, prepara gli ordini da asporto, serve i clienti e poi salta sullo scooter per le consegne, tornando ai fornelli pochi minuti dopo.

Ogni volta che alza lo sguardo ha lo stesso sorriso caldo, come se non avesse mai fretta.

Gli ordini richiedono tempo.

E a nessuno sembra importare.

È piuttosto difficile capire chi stia aspettando il proprio piatto e chi abbia già finito di mangiare. I soliti segnali d’impazienza qui sembrano non esistere. È come se il tempo appartenesse al luogo, non alle persone.

Uno studente è seduto in un angolo a giocare ai videogiochi. Una donna in pausa pranzo aspetta tranquillamente il suo asporto. Un altro cliente osserva la strada invece di controllare il telefono ogni cinque secondi.

Nessuno chiede quanto manca.

Forse perché questo posto non dà l’impressione di essere un’attività commerciale.

Sembra piuttosto di mangiare a casa di qualcuno.

Vengo qui da settimane. A un certo punto, quasi senza accorgermene, siamo diventati amici.

Momenti come questi non capitano il primo pomeriggio che trascorri in una città. Arrivano lentamente, dopo abbastanza visite da rendere familiari i volti e far sì che le conversazioni smettano di sembrare semplici presentazioni.

Tra un ordine e l’altro mi racconta il suo sogno di aprire un locale più grande. Mi chiede ricette italiane. Un pomeriggio le ho cucinato un piatto di spaghetti e abbiamo parlato di tutto e di niente, quelle conversazioni in cui nulla sembra davvero importante, eppure alla fine ti ritrovi a capire un po’ meglio quella persona e il mondo che la circonda.

I vicini ogni tanto ci lanciano uno sguardo, probabilmente chiedendosi perché questo straniero continui a chiacchierare con la donna dietro al wok.

Lei se ne accorge, sorride, mi guarda dritto negli occhi e dice:

«Non mi importa di quello che dice la gente.»

Poi torna a occuparsi del suo riso.


Luca Sartor

Fotografo e storyteller con base in Asia. Da tanti anni documento culture, persone e luoghi attraverso uno sguardo lento, lontano dalle scorciatoie turistiche. Seguimi → @lucadeluchis

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