Era di nuovo inverno quando tornai in Giappone.

L’aria tagliente di Osaka mi riportò alla mente il mio primo viaggio nel paese, iniziato a Fukuoka sotto una nevicata di fiocchi lenti che mi sfioravano il viso. Ricordo una sera in cui le strade erano ricoperte da un manto silenzioso e i coni di luce gialla dei lampioni si posavano sulla neve caduta, tingendo la notte di tonalità calde. Una donna passava in bicicletta, tacchi e gonna sotto un pesante parka dal cappuccio bordato di pelliccia sintetica. Pedalava lentamente, con il viso arrossato dal freddo, e dalla bocca usciva un filo di vapore che si dissolveva subito nell’aria. La immaginai sulla via di casa, dopo una lunga giornata in ufficio. O almeno fu questa la storia che le costruii addosso. 

Erano passati alcuni anni dal mio volo da Narita. Questa volta non tornavo in Giappone per desiderio puro, ma per burocrazia: il visto della Corea stava per scadere e dovevo uscire dal paese per restare nella legalità dei giorni concessi ai turisti. Osaka mi era rimasta in mente come un luogo in cui tornare. Da Seoul era vicina con l’aereo. Era abbastanza viva da tenermi sveglio la notte e al tempo stesso calma e distesa. Ma soprattutto volevo tornare in un izakaya, davanti a un piatto di takoyaki coperti di scaglie di katsuobushi danzanti, accompagnati da un highball ghiacciato che brilla sotto le luci del locale.

Era il 2020, in quei giorni le notizie davano la città coreana di Daegu chiusa: nessuno entrava e nessuno usciva. Mia madre mi raccomandava di non viaggiare e io non avevo la minima idea di cosa stesse per accadere al mondo negli anni successivi.

Come sempre, non avevo nessun programma prestabilito. Per puro caso ero capitato di nuovo in Giappone quando le temperature erano le meno accoglienti. Nessun problema per le esplorazioni diurne, la ricerca di una Osaka vera era accompagnata dai raggi tiepidi del sole che scaldavano a sufficienza. Lunghe camminate senza meta precisa nei quartieri meno vistosi, passando tra templi, vicoli stretti, finestre socchiuse da cui uscivano voci e rumore di stoviglie. A volte entravo in un negozio di otaku pieno di modellini o gadget di ogni tipo, con i collezionisti chini sulle vetrine a esaminare ogni dettaglio prima di scegliere il pezzo giusto da aggiungere alla collezione. Poco più avanti un ristorante di sushi con i piatti colorati che scorrevano lentamente sui rulli, mentre i clienti affamati li seguivano con occhi attenti, pronti ad allungare la mano al momento giusto. Osservavo la vita attorno: due amiche che parlavano fitto di chissà cosa su una panchina vicino alla stazione di Yodoyabashi, la gente passeggiare per le vie, la gente seduta nei parchi.

In Giappone mi sono sentito spesso un turista, nonostante abbia sempre cercato di non esserlo. Ho percepito una distanza sottile, difficile da nominare, come se avessi acquistato un biglietto per assistere a uno spettacolo, ma dalla poltrona dell’ultima fila. A Osaka, però, quella sensazione sembra allentarsi. Non sparisce del tutto, ma diventa più morbida. Bastava sedersi al bancone di un izakaya e, dopo pochi minuti, qualcuno faceva un cenno col bicchiere, chiedeva da dove venissi e mi tirava dentro una conversazione senza una vera lingua in comune.

Se il giorno apparteneva alle strade, la sera esigeva un rifugio. Il freddo e il silenzio delle vie illuminate dai lampioni scoraggiavano a restare fuori troppo a lungo. Restavano in giro pochi locali che andavano verso casa uscendo dai ristoranti o tardi dal lavoro e i turisti che si fermavano a farsi una foto nella zona della torre Tsūtenkaku. In uno di questi momenti dove il sole era ormai calato da ore, dopo un hakata ramen il cui torbido brodo tonkotsu mi aveva rimesso un po’ di calore addosso, mi ritrovai a camminare tra vetrine da cui Gundam, Mazinger e Grendizer sembravano osservarmi mentre passavo.

Lungo il canale a Dotonbori il freddo non era piacevole. Il vento scivolava tra i palazzi e si infilava nel cappotto come una lama sottile. Una donna, stretta in un giaccone imbottito, si gelava le dita reggendo un cartello che pubblicizzava lo sconto del locale dove lavorava. Restava lì, sotto le luci a neon delle insegne, il fiato le usciva a nuvole rapide mentre saltellava sul posto per cercare di scaldarsi un po’.

Nell’aria si mescolavano l’odore del pesce grigliato e il fumo delle cucine. I passanti camminavano veloci, con le spalle sollevate perché faceva freddo. Ogni tanto si sentivano risate acute e improvvise di qualche gruppo di giovani che passeggiavano tra le vie strette.

Le nuvole promettevano altra neve. Cominciai a pensare a un posto caldo dove passare un po’ di tempo. Un bancone, qualcosa da bere, qualche parola scambiata con qualcuno prima di tornare in ostello. 

Mi diressi nella zona del mercato di Kuromon Ichiba e mi misi alla ricerca di un izakaya dove bere del sakè riscaldato. Passai davanti a diversi locali finché ne trovai uno perfetto per me: piccolo, con pochi tavoli, un paio di bariste dal sorriso gentile, non troppo affollato ma neppure vuoto. Adoro questo genere di posti, dove tutto si svolge attorno al bancone, tra il tintinnio dei bicchieri e il brusio di chi si racconta la vita. Qui la socializzazione smette di essere qualcosa da rincorrere e prende forma da sola, senza sforzo. Gente intenta a consumare birra, sakè e parole, mescolando storie e idee con il calore del locale.

Tornai in quell’izakaya ogni giorno fino alla partenza. Tra la calda bevanda alcolica all’aroma di riso e le chiacchiere con sconosciuti che, per qualche ora, diventavano come amici di vecchia data, ogni sera diventava una piccola tregua dal freddo della città. Alcuni volti iniziarono a diventare familiari. Due ragazzi del posto che uscivano dalle prove della loro band di Japanese reggae, tre ragazze sedute spesso allo stesso tavolo, e un anziano signore di Singapore arrivato per affari che a un certo punto iniziò a pagare da bere per tutti.

Il conforto liquido rendeva più vicini i nuovi volti e più familiari le luci dell’izakaya. Anche chi non parlava una parola d’inglese finiva per coinvolgermi lo stesso, con un sorriso o un gesto, come se per un momento anche la mia presenza facesse parte di quel piccolo teatro umano locale.

L’aereo per tornare a Seoul era uno degli ultimi ancora in partenza dal Giappone.
Poco dopo il mondo chiuse, con il rumore secco di una saracinesca abbassata all’improvviso, per un tempo che parve infinito. Nei mesi che seguirono, ripensai spesso a quell’izakaya di Osaka e alle persone incontrate lì, chiedendomi se sarei mai tornato.

Pensi che i ricordi che ti porterai dietro siano i panorami, gli angoli famosi, i monumenti di cui tutti parlano. Quello che invece mi rimane è il tepore di quelle sere d’inverno, il sakè, il rumore, i volti che diventavano familiari e quella sensazione di essere stato accolto.


Luca Sartor

Fotografo e storyteller con base in Asia. Da tanti anni documento culture, persone e luoghi attraverso uno sguardo lento, lontano dalle scorciatoie turistiche. Seguimi → @lucadeluchis